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LA VERA VITA E' UNA POESIA
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A VOLTE NON BISOGNA TROVARE
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13 febbraio 2014

Salviamo Bukit Brown

SalviamoBukit Brown

Nellacongestionata Singapore un gruppo di attivisti sta lottando per darespazio politico ai morti e fermare lo sviluppo immobiliare.

Testo: Tommaso Querini Foto: whitecat sg

Neglianni '90 nel suo libro Un Indovino mi disse,Tiziano Terzani aveva aspramente criticato il governo diSingapore per aver raso al suolo i suoi edifici storici per farspazio a condomini e grattacieli. Oggi l'isola-stato, dove lascarsità di terreno è cronica, si ritrova nuovamente a sceglieretra la preservazione del proprio patrimonio e le richieste di unapopolazione sempre crescente.

Ilcimitero di Bukit Brown è un'oasi verde di 83 ettari in cui trovanocasa 90 specie diverse di uccelli, 12 delle quali in pericolo diestinzione. E' il più ricco ecosistema dell'isola, l'ultimo luogoveramente selvaggio rimasto a Singapore dove ormai anche i parchisono cementificati ed artificiali. La diversità di ecosistemipresenti è incredibile: vi sono piccole paludi e ruscelli, lagiungla si è ripresa completamente alcune colline e ai lati dellestrade crescono alberi centenari.  

Lanatura convive con le tombe di quello che è il più grande cimiterocinese al di fuori della Cina.

Quisono sepolti i padri fondatori di Singapore, i suoi più famosi poetie patrioti. Una nazione ha dei doveri morali nei confronti delle lorospoglie mortali?

LeTombe

Ilcimitero è stato utilizzato dalla fine del 1800 fino al 1973 edospita i resti di più di 100.000 persone. Vi si possono trovaremolti esempi pregevoli di tombe tradizionali.

La cosmologia cinese sostiene che il mondo sia statocreato dall'interazione tra gli elementi dualistici dello yin e yangda cui sono stati generati tutti gli esseri e non-esseri. Quando unapersona è viva si trova nel mondo dello yang, quando muore sitrasferisce nel mondo yin. I due universi sono eterni edinteragiscono tra di loro. Le regole che valgono per lo yang valgonoanche per lo yin. Pertanto così come i vivi amano il cibo, il denaroe la bellezza si ritiene che anche gli spiriti nello yin abbianosimili preferenze. Per questa ragione i cinesi riveriscono gliantenati costruendo per loro sontuose tombe e offrendo cibo, regali edenaro.

Nonessendoci modo per stabilire se gli spiriti siano soddisfatti, lafamiglia lo dedurrà sulla base della propria prosperità. L'artedi progettare tombe è stato il frutto di anni di pragmaticasperimentazione maturati nella disciplina del feng-shui. 

La forma delle tombe tradizionali ricorda quella di unaseggiola perché questa era un segno di benessere e potere.

Le tombe erano sempre riservate ad una coppia perchéper i cinesi non avere famiglia significava innanzitutto non averenessuno che sarebbe venuto a fare visita dopo la morte. I vicini dicasa si facevano seppellire nella stessa area: visto che avevanoconvissuto bene in vita sicuramente avrebbero continuato a farlonell'oltretomba.

A fianco alla tomba, a livello del terreno, vi è sempreun piccolo altare dedicato al nume della terra, a cui bisogna rendereomaggio ogni volta che si visita la tomba.

Ai lati della lapide due statue cosiddette del ragazzod'oro e d'argento, rappresentano le virtù che hanno guidato lapersona durante la vita.

Coloro che avevano servitori indiani fecero costruiredelle graziose sculture con le loro fattezze che spuntano qua e là. 

Quando i coloni britannici iniziarono ad importarepiastrelle Art Nouveau dal Belgio queste piacquero così tanto che icinesi vollero metterle dappertutto. Vi ricoprirono le facciate dellecase e perfino le tombe. A Bukit Brown si possono trovare moltepliciesempi di queste ceramiche, soprattutto rappresentanti motivifloreali in rilievo.

E' inoltre tradizione riportare sulle tombe i nomi di tutti i discendenti.Bukit Brown è così diventato un archivio a cielo aperto delledinastie di Singapore. Vagando distrattamente siamo incappati davantialla tomba del bisnonno dell'attuale presidente. E la cosa triste,nella città senza memoria, è che forse lui non sa che si trova lì! 

Inoltre è tradizione riportare sulle tombe i nomi ditutti i discendenti. Bukit Brown è così diventato un archivio acielo aperto delle dinastie di Singapore. Vagando distrattamentesiamo incappati davanti alla tomba del bisnonno dell'attualepresidente. E la cosa triste, nella città senza memoria, è cheforse lui non sa che si trova lì!

Inpericolo

Ilgoverno della città-stato ha approvato la costruzione diun'autostrada e l'esumazione di 5000 tombe è già cominciata. Alcuneparti del cimitero sono circondate da sbarramenti ed inaccessibili.Le tombe destinate ad essere rimosse hanno un picchetto bianco con unnumero piantato a fianco. Al loro posto non resterà che una buca ditalpa gigante.

Lastrada sarà solo il primo passo e permetterà la successivacostruzione di una zona residenziale che cancellerà completamente ilcimitero.

MaBukit Brown è tuttaltro che disabitato: cavalli vengono portati apasseggio e tuttora le tombe sono visitate dai discendenti. Alcuniguardiani si occupano di falciare l'erba delle tombe e lasciano unsasso per far sapere che sono passati da poco e che si aspettano unapiccola ricompensa.

Gliattivisti di All Things Bukit Brown stanno lottando perché il luogoottenga il riconoscimento che si merita. Ogni fine settimanaconducono nuovi visitatori a scoprire il patrimonio delle tombe intour sempre diversi; muniti dell'indispensabile polvere di gesso dapassare sulla superficie delle lapide, si addentrano tra i sentieriper scoprire a chi appartengano le tombe non ancora identificate.Proprio un paio di giorni fa sono state trovate delle tombe diparenti del 72mo discendente di Confucio!

Hannoaiutato molte persone a ritrovare le tombe dei propri cari e raccoltocon amore le storie di diverse famiglie.

Solocinque tombe sono state accettate dal museo nazionale e verrannoconservate in maniera adeguata, ma la quasi totalità andrà persa.

Manon tutto è perduto, il governo ha informato gli attivisti che sesaranno in grado di ottenere abbastanza firme ed attenzione il pianodi sviluppo potrà essere rivisto. Bukit Brown è già stato aggiuntoalla lista dei patrimoni dell'umanità a rischio.

Invitogli interessati a sottoscrivere la petizione:

http://bukitbrown.com/main/?page_id=963




18 dicembre 2013

Un bimbo cambogiano - risposta a A. Gilioli

Gentile sig. Gilioli, il suo breve articolo: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/05/03/il-mondo-in-cui-viviamo/ mi ha suscitato un'irritazione che sopravvive nonostante i mesi passati. 


Per riassumere: lei racconta di un medico che dopo aver lungamente visitato un bambino cambogiano mente alla madre dicendole che non c'è nulla di cui preoccuparsi per poi rivelare a lei che in realtà il bambino è spacciato. Lei si arrabbia ma il medico le risponde che coi soldi che ci vorrebbero per salvare quel bambino se ne salverebbero 100 altri.

Alla fine a sua detta è lei quello che fa la figura dell'imbecille e da quell'episodio sembra trarre un rinnovato nichilismo, una visione del mondo da super-uomo nietzschiano.

Il tono dell'articolo 

Innanzitutto vorrei commentare lo stile dell'articolo, che esprime una certa sciatteria e superficialità. 

"Una volta ero in Cambogia". Quando? La sofferenza e la morte di quel bambino sono un passato remoto od un presente scottante? O vuole dare ad intendere che tanto nel Terzo Mondo tutto è irreparabilmente uguale e che non c'è progresso?

"Dalle parti di Sihanoukville se ricordo bene" "per mettere su un asilo, qualcosa del genere"... trova che questo stile ruvido doni alla sua scrittura un che di maudit? 

Poi diviene spregiativo: "Poi siamo entrati in un quartiere di merda" "una madre stracciona ci ha portato il suo bambino straccione"... 

"straccione" e "di merda" sono gli unici modi che le vengono in mente per descrivere la vita della gente di quel posto. Lei non gli riconosce una dignità, un'identità. Sono solo le controfigure della sua supposta lezioncina morale.  

Il Contesto

Cercherò ora di dare solo un paio di riferimenti riguardo alla Cambogia, paese che ho visitato il mese scorso e che ha alcuni punti in comune con il Vietnam, in cui vivo. 

Dopo la fine della guerra (ecco perché è importante sapere quando l'ha visitata) Sihanoukville si è gradualmente sviluppata in una destinazione balneare che ha beneficiato l'economia locale. La prostituzione è una delle grandi problematiche della città, ma in confronto ad altre parti della Cambogia, inclusa la provincia di Siem Reap, è una città abbastanza ricca. 

Come in altri paesi del Sud-Est Asiatico la povertà estrema si riscontra soprattutto in campagna, dove gli indicatori di salute sono a livelli critici (a Ratanakiri ad esempio). La povertà urbana e il fenomeno dei bambini di strada è molto ridotto rispetto ad altri.

Tutto questo nel suo articolo non viene detto nemmeno di sfuggita. Di nuovo, la Cambogia è un mero sfondo per ciò che le preme comunicare ai suoi lettori.

La posizione del medico 

Mi chiedo ora se il medico si sia comportato secondo il codice deontologico e abbia fatto il possibile per il benessere del paziente.  

La mia conclusione è no. 
Dal 1991 lo svizzero Beat Richner ha aperto una serie di ospedali in cui i bambini cambogiani sono curati gratuitamente da malattie gravi. Il suo obiettivo (realizzato) è offrire standard di cure mediche occidentali. Per questo il suo lavoro è stato aspramente criticato. Ciononostante la sua opera continua e l'ospedale si prende cura di mezzo milione di bambini l'anno. 

Lo stesso Richner, che viene accusato ogni qualvolta uno dei suoi pazienti muore ed ha per questo sviluppato una sorta di mania di persecuzione, ha dimostrato che i bambini che muoiono sono quelli che sono stati portati troppo tardi. 

Il suo medico francese era a conoscenza di questo? E perché non ha detto alla madre di andare in uno di questi ospedali il prima possibile? La sua condotta deontologica è stata assurda, ha dato prova di disonestà, non di umanità.

Il dilemma morale

Il suo articolo è in un certo senso interessante perché ispira, in coloro interessati, un dilemma morale. Cerco ora di assumere il suo punto di vista per fare una riflessione più ampia a riguardo.

L'incontro con questo bambino l'ha spinta all'azione, voleva salvare quell'unico bambino. Se l'avesse fatto avrebbe risposto ad una morale deontologica, il fare la cosa giusta perché BISOGNA farla.

Se avesse scelto, come suggerito dal medico, di salvare invece altri 100 bambini avrebbe fatto una scelta morale utilitaristica, razionale, contribuendo a ridurre un ammontare notevole di sofferenza.

E lei che cosa ha scelto? Forse, come la stragrande maggioranza di noi tutti, nessuna delle due strade. Un po' come noialtri si sarà ripulito la coscienza donando qualcosa ad un'organizzazione che conosceva perché tanto in questo "mondo in cui viviamo" un po' di bene lo farà pur, senza domandarsi effettivamente quale cambiamento ha apportato.

Ora, a me questo episodio starebbe anche bene, si è reso conto di quanto poco si può fare per cambiare le cose SE non vi si dedica abbastanza tempo. Quello che mi irrita è che lei colga l'occasione per scrivere una sorta di parabola del cinismo che sembra spingere all'inazione.

Ma agire non sarebbe così difficile. C'è un intero movimento di Effective Altruism che cerca di stabilire la maniera più economica e efficace di salvare vite e in questo modo dà suggerimenti sulle organizzazioni a cui fare beneficenza (www.givewell.org).
 
Vi sono persone normali che hanno scelto di donare il 50% dei loro guadagni mensili a queste organizzazioni. Non sono individui eccezionali. Si sono solo impegnati abbastanza per risolvere con le loro forze un problema che stava loro a cuore (www.givinggladly.com). 

E' la migliore alternativa? Non ne sono certo. Quei bambini cresceranno e avranno bisogno di un lavoro, di un cellulare, di fare figli e il problema tornerà a crearsi... ma è una soluzione. 

Lei invece non propone alcuna soluzione vuole solo, come risponde ad una commentatrice, esprimere rabbia verso il pianeta. Beh, prima di condividere questa rabbia con il suo pubblico ed alimentare cinismo, sappia che vi sono alternative. 

Tommaso Querini


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permalink | inviato da PiccoloSatyagraha il 18/12/2013 alle 12:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

4 ottobre 2013

Commentary to The Road Less Travelled by Scott M. Peck



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ORIGINAL TEXT

 
COMMENTS
The book is divided in three main chapters. The 1st is about the relationship with oneself and must be read as so. The 2nd is about the relationship with the beloved ones, the 3rd is about God. Since I found it hardly credible I didn't cover it.

1

Discipline is the basic set of tools we require to solve life's problems. Without discipline we can solve nothing. With some discipline we can solve only some problems. With total discipline we can solve all problems.

 FOLLOWING

The 4 Ways to Discipline

19

Delaying gratification is a process of scheduling the pain and pleasure of life in such a way as to enhance the pleasure by meeting and experiencing the pain first and getting it over with it. It is the only decent way to live.

 1 - Delaying Gratification

22

When we love something it is of value to us, and when something is of value to us we spend time with it, time enjoying it and time taking care of it.

 This is the process of chatexis that will be further explained in the book.

24

The feeling of being valuable - “I am a valuable person” is essential to mental health and is a cornerstone of self-discipline. [..] because when one considers oneself valuable one will take care of oneself in all ways that are necessary. Self-discipline is self-caring.

 

26

“Of course Mommy and Daddy aren't going to forget about you.” If these words are matched by deeds, month in and month out, year in and year out, by the time of adolescence the child will have lost the fear of abandonment and in its stead will have a deep inner feeling that the world is a safe place in which to be and protection will be there when it is needed. With this internal sense of the consistent safety of the world, such a child is free to delay gratification of one kind or another, secure in the knowledge that the opportunity for gratification, like home and parents, is always there, available when needed.

 

27

Others, while not abandoned in fact, fail to receive from their parents the reassurance that they will not be abandoned. There are some parents, for instance, who in their desire to enforce discipline as easily and quickly as possible, will actually use the threat of abandonment, overtly or subtly, to achieve this end. The message they give to their children is: “If you don't do exactly what I want you to do I won't love you any more, and out can figure out for yourself what that might mean.” It means, of course, abandonment and death. These parents sacrifice love in their need for control and domination over their children, and their reward is children who are excessively fearful of the future.

 This seems exactly the case of Rachel, as explained at page 144. 
In that case the problem of the mother is described as a failure to commit herself to the daughter. The daughter feels that she can be abandoned at anytime by everyone, therefore doesn't open up to anyone.

33

The inclination to ignore problems is a manifestation of an unwillingness to delay gratification and to face the pain.

 2 - Responsibility over all our problems 
Take the time to solve them.

45

Nothing has been accomplished. By casting away their responsibility they may feel comfortable with themselves, but they have ceased to solve the problems of living, have ceased to grow spiritually, and have become dead weight for society. They have cast their pain onto society. The saying of the sixties speaks to all of us for all time: “If you are not part of the solution, then you are part of the problem”.

 

50

Our view of reality is like a map with which to negotiate the terrain of life. If the map is true and accurate, we will generally know where we are, and if we have decided where we want to go, we will generally know how to get there. If the map is false and inaccurate, we generally will be lost.

 3 - Dedication to Reality and Truth. Total Honesty, Openness to Challenge and constant Self-Examination.

63

For individuals and organizations to be open to challenge, it is necessary that their maps of reality be truly open for inspection by the public. More than press conferences are required. The third thing that a life of total dedication to the truth means, therefore, is a life of total honesty. It means a continuous and neverending process fo self-monitoring to assure that our communications, non only the words that we say but also the way we say them, invariably reflect as accurately as humanly possible the truth or reality as we know it.

 

73

So the expression of opinions [..] must be suppressed from time to time [..]. What rules, then, can one follow if one is dedicated to the truth.

1. never speak falsehood 
2. witholding the truth is always potentially a lie, it requires moral evaluation 
3. it should never be based on personal needs (need to be liked or need to protection from challenge) 
4. it should be based on the needs of the other 
5. evaluating one's needs require effort ? love 
6. primary factor in assessment is how the truth can affect spiritual growth 
7. we usually underestimate rather than overestimate this capacity.

 On the left there's a summary of the rules.

I would add that 
A. one can lie for it's life safety/ make rational considerations about how the truth might have serious practical consequences. 
B. we shouldn't speak about third people without considering if we're serving the needs of that person as well. 
C. We shouldn't feed people who dwell on prejudices about the others.

In general this part is incomplete without the considerations about humility and love starting from page 149.

74

All this might seem like an extraordinary task, impossible to ever perfectly complete, a chronic and neverending burden, a real drag. And it is indeed a never-ending burden of self-discipline, which is why most people opt for a life of very limited honesty and openness and relative closedness, hiding themselves and their maps from the world. It is easier that way. Yet the rewards of the difficult life of honesty and dedication to the truth are more than commensurate with the demands. By virtue of the fact that their maps are continually being challeged, open people are continually growing people. Through their openness they can establish and maintain intimate relationships far more effectively than more closed people. Because they never speak falsely they can be secure and proud in the knowledgethat they have done nothing to contribute to the confusion of the world but have served as sources of illumination and clarification. Finally, they are totally free to be. [..] By their openness, people dedicated to the truth live in the open, and through the exercise of their courage to live in the open, they become free from fear.

 

75

To be free people we must assume total responsibility for ourselves, but in doing so must possess the capacity to reject responsibility that is not truly ours. T obe organized and efficient, to live wisely, we must daily delay gratification and keep an eye on the future; yet to live joyously we must also possess the capacity, when it is not destructive, to live in the present and act spontanously. [..] 
Balancing is the discipline that gives us flexibility. Extraordinary flexibility is required for successful living in all spheres of activity.

 4 - Balancing

81

Depression is a natural answer of the body to the need of giving up parts of one self. The most common chronic depression is a giving-up neurosis, originated from taking away from the child things before he was ready to accept their loss.

 This is a bit too teleological.

139

True listening, total concentration on the other, is always a manifestation of love. An essential part of true listening is the discipline of bracketing, the temporary giving up or setting aside of one's own prejudices, frames of reference, and desires so as to experience as far as possible the speaker's world from the inside, stepping inside his or her shoes.

 The phenomenological concept of bracketing is here misinterpreted. Setting aside of the self doesn't necessarily involve total acceptance of the other, the goal is rather trying to see the reality as it is. See Wikipedia.

149

Again as I look back on my successful cases, there is not one that did not result in some very meaningful, often radical, change in my attitudes and perspectives. It has to be this way. It is impossible to truly understand another without making room for that person within yourself. This making room, which once again is the discipline of bracketing, requires an extension of and therefore a changing of the self.

 To understand is not equal to change someone else, and viceversa.

151

The capacity to confront, to say “I'm right, you're wrong, you should be different,” is one that many people have no difficulty exercising. Parents, spouses and people in various other roles do this routinely and casually, levelling criticism left and right, shooting from the hip. Most such criticism and confrontation, usually made impulsively in anger or annoyance, does more to increase the amount of confusion in the world than the amount of enlightenment. 
For the truly loving person the act of criticism or confrontation does not come easily; to such a person it is evident that the act has great potential for arrogance. 
[..] The dilemma can be resolved only by painstaking self-scrutiny, in which the lover examines stringently the worth of his or her “wisdom” and the motives behind this need to assume leadership. “Do I really see things clearly or am I operating on murky assumptions? Do I really understand my beloved? Could it not be that the path my beloved is taking is wise and taht my perception of it as unwise is the result of limited vision on my part? Am I being self-serving in believing that my love needs redirection. These are questions that those who truly love must continually ask themselves. 
This self-scrutiny, as objective as possible, is the essence of humility or meekness. In the words of an anonymous fourteenth century British monk and spiritual teacher, “Meekness in itself is nothing else than a true knowing and feeling of a man's self as he is. Any man who truly sees himself as he is must surely be meek indeed. 
There are, then, two ways to confront or criticize another human being: with instinctive and spontaneouscertainty that one is right, or with a belief that one is probably right arrived at through scrupulous self-doubting and self-examination. The first is the way of arrogance; it is the most common way of parents, spouses, teachers and people generally in their day-to-day affairs; it is utuassy unsuccessful, producing more resentment than growth and other effects that were not intended. The second is the way of umility; it is not common, requiring as it does a genuine extension of oneself; it is more likely to be succesful and it is never, in my experience, destructive.

 

153

Similarly, loving spouses must repeatedly confront each other if the marriage relationship is to serve the function of promoting the spiritual growth of the partners. 
[..] The exercise of power is nothing more and nothing less than an attempt to influence the course of events, human or otherwise, by one's actions in a consciously or unconsciously predetermined manner.

 

154

for if one desires to nurture another's spiritual growth, the one must concer oneself with the most effective way to accomplish this in any given instance. [..] To confront someone with something he or she cannot handle will at best be a waste of time, and likely will have a deleterious effect. If we want to be heard we must speak in a language the listener can understand and on a level at which the listener is capable of operating. If we are to love we must extend ourselves to adjust our communication to the capacities of our beloved.

 

158

To attempt to love someone who cannot benefit from your love with spiritual growth is to waste your energy.

 

168

The ultimate goal of life remains the spiritual growth of the individual, the solitary journey to peaks that can be climbed only alone. Significant journey cannot be accomplished without the nurture provided by a successful marriage or a successful society. Marriage and society exist for the basic purpose of nurturing such individual journeys.

 

185

Consequently, among the members of the human race there exists an extraordinary variability in the breadth and sophistication of our understanding of what life is all about. This understanding is our religion. Since everyone has some undestanding - some world view, non matter how limiter or primitive or innacurate - everyone has a religion.

 See instead the very precise and circumscribed definition by Daniel Dennett: “A Social System seeking approval of a believed supernatural agent”

201
 

Much of what you have been told about God is wrong. I do not know everything about God, but I know more than you do and more than the people who told you about God.

 Nobody has any ground to say something like that. As Dennett explains, differently from science if we were to give a multiple-choice quiz to religious experts about God, they wouldn't be able to give the same answers; there's no agreement on basic concepts.

25 agosto 2008

Viaggio in Cina->Acqua

Tracannai l’ultimo bicchiere della giornata, osservando il liquido incolore scendere giù dall’alto bicchiere al mio palato sussultante.

Dal fondo tondeggiante di esso potevo osservare disteso sul mio letto la variopinta cartina cinese, l’azzurro chiaro dell’Oceano Pacifico e rivoli dei grandi fiumi inquinati.

Ricordai il primo lungo ponte sul fiume di Shanghai e le torme di gru meccaniche che caricavano container sulle barche limose.

-Come si chiama questo fiume?- chiesi ad ‘Alberto’ (questa la traduzione del suo nome), per cominciare una conversazione.

- Huangpu- mi disse sorridente.

Tornai a voltare lo sguardo sulla distesa infinita, ripetendomi il nome.

E’ da relativamente poco tempo che apprezzo l’acqua pura e semplice, bevendone in grandi quantità.

Alle tavolate ieri come ai tempi della gita, quando sul piano circolare roteavano le bevande, arpionavo subito la birra (in quel caso SNOW), ignorando completamente l’acqua.

E così facevamo tutti, ovunque.

Se si mangiava nei Fast Food, lanciavamo nei vasi delle piante inamidate i cubetti di ghiaccio, temendo spiacevoli fastidi all’intestino.

Quando lungo i canali di Suzhou, sul vaporetto, vedemmo la nostra guida aprire il finestrino e tuffare lo straccio nei luridi flutti per poi lavare con una passata veloce l’interno dell’imbarcazione non potemmo che ridere sotto i baffi e scattare foto.

Quando subito dopo si lavò la nuca ed il viso e ci sorrise senza capire, una parte di me lo guardò attonito, l’altra continuò a ridere. Un’altra scena esotica da raccontare nelle tavole imbandite per destare un po’ di interesse tra gli amici con la bocca piena?

Per il resto, saltavo a piè pari le pozzanghere, mi riparavo dalle fresche pioggerelline acide, giravo con ampio margine attorno ai pozzi a cielo aperto.

Guardandomi indietro non potevo dire di conoscere l’acqua cinese, l’elemento vitale.

 

Un sabato sera, in preda alla sbornia, mi sono addormentato sul tavolo mentre stavo parlando, per poi rigettare e mettere in crisi tutti i festanti commensali, che si sono da subito adoperati per facilitarmi il ritorno a casa.

La mattina dopo, per rispettare gli impegni presi e dimostrare le mie buone intenzioni, sono sceso assieme a mio padre alla centrale idroelettrica di Alesso, un maestoso complesso che sfrutta le numerose chiuse e dighe sparse per il territorio carnico che prosciugano i fiumi, ma forniscono energia durante i picchi di consumo.

L’imponente ingresso, che penetrava all’interno della boscosa montagna destò in me una sgradevole sensazione di già visto.

Ricordai il caro vecchio Metropolis di Fritz Lang e le scene visionarie all’interno dei sotterranei, la centrale produttiva della città.




Ripulita dalla sua vena ieratica, con quella punta di razionalismo che tanto piaceva negli anni ’50, il portone non poteva non trasmettere l’idea di controllo, di dominio dell’Homo Faber sulla natura, dell’uomo sull’uomo.

Nella zona esterna della Centrale i grossi cavi trasportavano l’elettricità ai condensatori, che man mano la suddividono alle diverse linee dei cavi di alta tensione. Da quella posizione privilegiata potevo vedere il disperdersi dei pali tra le vallate, figli nati da una stessa madre e poi dati in pasto al mondo.

Dall’interno era possibile controllare gli impianti, scegliere quanta corrente produrre e come dosare l’arrivo dell’acqua.

Percorrendo un infinito corridoio a curve con i cavi isolati ad un lato, i neon sopra la testa e la sensazione di oppressione in corpo la guida ci spiegava sereno le caratteristiche dell’isolante, il procedimento della posa in opera ed altre informazioni che non fecero altro che accrescere la mia nausea.

In quei lunghi cavi rossi scorreva la linfa vitale della nostra società, percettibile solo attraverso un persistente ronzio.

Giungemmo alla sala principale: grandi macchinari, manopole consunte e mosaici vanagloriosi: il tempio posticcio inneggiava alla grande dea dell’energia, della morte e della distruzione: la defunta SADE.

Due giorni fa un anziano mi ha parlato del clima che si respirava tra gli adepti dell’azienda nei giorni in cui si costruiva la grande rete idroelettrica, della mancanza di controlli, del desiderio di forzare la mano, di giocare con l’acqua e il cemento pasticciando con la vita di interi paesi.

In una sala silenziosa e scura una grossa cavità circondata da ringhiere arrugginite ospitava la falda all’interno della montagna. La pozza d’acqua che si intravedeva in fondo quieta disegnava riflessi sulle pareti di pietra umide. Provavo una sensazione di tranquillità mista a tensione: era come trovarsi in fondo ad un immensa grotta naturale, lontani dal mondo civilizzato e ritrovarsi improvvisamente circondanti da costruzioni misteriose ed imponenti, appartenenti ad un’altra civiltà.

Il rumore continuo del girante attraverso cui passava l’acqua diveniva assordante nella sala turbine, dove si poteva vedere l’albero d’acciaio ruotare a folle velocità.

Notai che nell’intero complesso non era possibile vedere la potenza dell’acqua ma solo le dirette conseguenze. Essa era celata dal lavoro a cui era costretta, un’energia nascosta e quasi incalcolabile.

Tornai a pensare alla Cina, al prodotto interno lordo, alle tonnellate di container e di prodotti che invadono il nostro paese. Dietro a questi numeri, a queste quantità, a questi oggetti si trovava un’energia incalcolabile, di cui potevamo vedere solo le dirette conseguenze: il popolo cinese, il vero elemento vitale della nazione.

Ad oggi la manodopera viene utilizzata in grandi fabbriche inquinanti, nella costruzione di grandi opere, nella sorveglianza del paese: come l’acqua di un immenso fiume viene incanalata, controllata, razionata.

Il ritmo dell’apparecchio mi ricordava quello di un immensa folla che marcia.

Ma cosa succederebbe, mi chiesi, se ad ogni singola goccia d’acqua fosse lasciata libertà di scelta?

Mi tornò in mente il corollario di pensieri in riva al Lago Balaton, come fosse diverso essere una particella d’acqua in mezzo alle altre o una che si frange sugli scogli.

Come sarebbe diverso essere un cinese che lotta per vivere dietro ad una barricata o ad una trincea, invece che ad un banco di lavoro.

Mi sembra quasi di sentire l’eco di un boato remoto (ma non troppo), il cedere delle dighe, l’incedere della rabbia, il suo irrompere, come una piena, in ogni angolo della nostra vita, lasciando tutto sconquassato.

Lo scenario non può che essere incerto ed infausto. La mente assennata quivi non vaga alla ricerca delle sorgenti ancora pure di una ormai stantia Repubblica di Weimar, non vi è la stessa tensione carica di aspettative nell’aria… piuttosto il progressivo soffocare nella bruttezza del consumo, nella desolazione del materialismo che come un’onda anomala travolge e rinnova le diverse forme della nostra inconsistenza.


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24 luglio 2008

Viaggio in Cina->Automatismi

Uscii dalla questura. Aprii il cellulare e le mie dita attivarono senza sforzo mentale la rubrica. Squillai a mio padre. Feci suonare una sola volta, come faccio di solito, poi, tenendo l’orecchio poggiato sullo schermo blu, il mio dito cercò e trovò il tasto rosso per terminare la chiamata.
Quando mio padre mi richiamò gli risposi.
Gli spiegai che non avevano accettato la richiesta per i passaporti perché mancava l’autenticazione della foto. Lui tastò nella sua mente, alla ricerca di qualche discorso riciclato, per trovare la momentanea soluzione al problema. Poi mi salutò: “Mandi, Ciao.”
Fu proprio questo saluto a lasciarmi basito.
Perché vedete, “Mandi, Ciao” è il saluto che mio padre dedica ad ogni cliente. Compresi che in quel momento a parlargli non era stato suo figlio, sceso fino ad Udine inutilmente per consentire le vacanze a tutti, ma una frazione della sua giornata impegnativa, un’area del cervello affaccendata a dare risposte mentre il resto della mente si dedicava a cose ben più pressanti.
L’episodio è stata solo la conferma di un’idea che mi sono fatto da molto tempo: al lavoro e dopo una giornata stancante, mio padre è un’altra persona. A cui non si può affidare le proprie parole sperando in una risposta sensata.
Non è una colpa l’essersi infilato giorno dopo giorno nel suo ruolo, accettandone le regole. Ma ditemi, voi accettereste per il benessere della famiglia di essere un’altra persona 11 ore al giorno?
Domanda ancora più pressante: come vivreste la vostra identità se questa fosse contraria agli ideali della società in cui vivete?
Abbiamo già affrontato il tema della devianza, in modo superficiale. Ciò su cui ora vorrei riflettere è il rapporto del deviante con la sua stessa mente.
Ho cercato di testimoniare a mio modo la tragedia del Sichuan, senza però parlare di un risvolto molto interessante, ispiratomi da un articolo di Li Datong: “L’Antieroe Cinese” apparso su Internazionale 751.
I racconti di eroismo si sono sprecati dopo il sisma, adulti che fanno da scudo alle macerie per proteggere i bambini, volontari, persone comuni che si gettano dentro un edificio pericolante per salvare una vita.
Ma ha fatto altrettanto scalpore la storia di Fan Meizhong, un insegnante che alle prime scosse si è precipitato fuori dalla Scuola urlando “Terremoto” e lasciando gli alunni terrorizzati nell’aula.
Fortunatamente l’edificio era abbastanza resistente e i bambini ne sono usciti incolumi.
L’insegnante è stato al centro di moltissime critiche, a partire dalle autorità del Partito Comunista Cinese che dal 1949 cercano di inculcare la morale dell’eroe: obbediente, pronto a sacrificarsi per il bene comune, fedele al popolo.
E’ chiaro però che gli automatismi non hanno funzionato a dovere. In Cina, il senso di comunità tipico delle civiltà orientali comincia a vacillare sotto i duri colpi dell’individualismo occidentale.
Si comincia a profilare la schizofrenia della società, la dissonanza cognitiva tra ciò che vogliamo fare e ciò che invece ci impone la cultura dominante.
In fondo dove sta scritto che un insegnante è responsabile della vita degli alunni?
“Sono le convinzioni e i pregiudizi” dice Slavoj Zizek “che determinano il modo in cui percepiamo la realtà e interveniamo su di essa”.
Convinzioni, pregiudizi e automatismi: il primo passo verso la vecchiaia, verso la rigidezza mentale.
Tutti quanti abbiamo delle prassi quotidiane, che ci consentono di non sovraccaricare la mente.
Gli stessi bambini dell’asilo nido avevano il loro posto e il loro bavaglino.
In fondo avere delle pratiche oggettivamente positive non ci rende persone migliori?
Occorre però che dietro alle nostre pratiche vi sia una riflessione di fondo, una capacità di rileggere i propri comportamenti e soprattutto che il peso della cultura sia inferiore a quello della nostra individualità.
Insomma saper elencare e riflettere sui propri automatismi consente di capire dove sbagliamo, ad esempio nel rapporto con gli altri: quando una persona ci parla e noi cominciamo a commentare “Davvero” o “Ah bello” prima che abbia finito il suo discorso, dimostriamo un totale disinteresse per ciò che sta dicendo. Cominciare a dire le stesse cose ogni volta che qualcuno domanda come stiamo, pretendere lo stesso bicchiere quando mangiamo… ho come la sensazione che tutte queste abitudini un giorno mi condurranno sulla panchina a parlare del tempo con un mio simile, o meglio a scambiare le stesse identiche frasi e battute sul tempo in scontata concatenazione.
Trasformare l’intera comunicazione umana in una sfilza di luoghi comuni. A volte è una malattia precoce, a volte endemica.

Forse è una sorta di destino collettivo, legato all’anzianità. Forse.

Nella cultura cinese è automatico sputare per strada, mangiare a bocca piena e ruttare rumorosamente. Selvaggi?
Nella nostra cultura viene sempre più automatico gettare le carte per terra, votare malavitosi, temere il diverso, non pagare le tasse…

La struttura, attraverso vari mezzi, impone alcuni automatismi per scopi di lucro o di controllo.

Abbiamo parlato dei capelli lunghi in Cina, del ruolo dello studente/figlio, in seguito parleremo della religione ma allo stesso modo avremmo potuto discutere sul senso del velo in Iran, su come l’autoritarismo si radica fino a divenire automatismo nella società.
Concludendo, a combattere contro gli automatismi degli individui fin dall’inizio, dovrebbero essere le persone con maggiore apertura mentale, le persone più colte e progressiste. Questo ruolo spetterebbe agli insegnanti. Sempre più spesso però l’insegnante è a sua volta vittima di automatismi. Ci troviamo in una sorta di collo di bottiglia, in cui le persone veramente libere si riducono vertiginosamente e non riescono più a trasmettere questa libertà alle nuove generazioni.
Come dice Gayatri Spivak il suo compito come insegnante indiana è “ridefinire i desideri”.
E’ quindi ovvio che è proprio l’insegnante il primo responsabile della vita degli alunni e il suo “fuggire via”, metaforico o meno, dimostra che non ha ben compreso l’importanza del suo compito.

 


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24 luglio 2008

Viaggio in Cina->Controllati e Controllori

Ho uno strano rapporto con i dipendenti delle corriere.
Penso gli autisti sappiano che non pago un biglietto da molto tempo: loro in fondo devono solo ignorarmi.
Ma i controllori, che perlomeno a vista, mi conoscevano come l’impeccabile ragazzo che rinnovava il suo abbonamento scolastico regolarmente, cosa diranno di me?
Ogni tanto sono stato pizzicato in qualche sedile posteriore e ho subito porto la mia carta d’identità, con serenità e determinazione, conscio del mio errore.
A volte, per puro sfizio, ho comprato un biglietto e non l’ho timbrato per lungo tempo.
Col tempo ho elaborato molte tecniche per non finire mai multato e devo ammetterlo: alcune sono davvero fini e ben cogitate, frutto di lunghe riflessioni fatte guardando il vuoto.
In questo genere di attività vi sono momenti davvero godibili, di quelli che ti fanno dire che il gioco vale la candela,  tipo quando all’ultima fermata scendi e fai un lungo sospiro di sollievo: un’altra volta ce l’hai fatta… un’altra volta hai risparmiato 4 euro e 40.
Poi ci sono i momenti di tachicardia prima delle fermate, lo sbirciare attento, la prontezza a nascondersi dietro i sedili. Oppure quando il pericolo è passato e puoi di nuovo sprofondare nella lettura.
Ogni giorno sei circondato da persone “oneste”, ma fai di tutto per non sfigurare, tieni un comportamento gentile e all’occorrenza ti sposti per far sedere all’interno una signora anziana, meglio non dire in giro che lo fai per essere pronto allo scatto in caso salgano personaggi sgraditi.
Ma perché, mi domando nelle giornate di battaglia morale, io contravvengo alle regole del vivere civile e salgo metodicamente a gratis sulle corriere?
Mi sono, a onor del vero, dato tutte le motivazioni del mondo: protesta contro il costo del biglietto, necessità del viaggio e mancanza di patente, incapacità a far quadrare il mio piccolo bilancio col pagamento del biglietto.
In realtà questo genere di devianza non ha un particolare senso, diviene un’abitudine. Ci si corrompe perché non si accetta il sistema attuale, per convenienza personale, ma anche perché gli eventi hanno generato in noi un’indole, una mentalità ben definita.
Questa mentalità è in interazione con l’ambiente: se comprendo che è la “giornata dei controlli”, io stesso mi adeguo, acquisto il biglietto e diligentemente lo timbro; conosco le linee preferenziali, svolgo ricerche.
La devianza è terribilmente creativa; una forma di adattamento continua.
Essa non è buona o cattiva, giusta o sbagliata: è semplicemente diversa dalla maggioranza, inversamente proporzionale ai rapporti di forza e per questo perseguita dal potere costituito.
In fondo il deviante è una persona comprensibile perché segue il suo pensiero, contravvenendo ciò che in qualche modo non ritiene giusto ed adatto alla sua persona all’interno del sistema in cui vive.
Non vi è necessariamente uno scopo finale nel deviare: seppure venga anelato il cambiamento, come già detto, l’atto ha senso già di per sé.

Su Omega la legge era superiore a qualsiasi cosa e chiunque. Conosciuta o sconosciuta, sacra o profana, la legge governava le azioni di tutti i cittadini, dai più miserabili ai più altolocati. Senza la legge non sarebbero potuti esistere i privilegi per quelli che avevano fatto la legge. Quindi la legge era assolutamente necessaria. Senza leggi, Omega sarebbe precipitato in un caos inimmaginabile. E l’anarchia avrebbe significato la fine della società su Omega. In particolare sarebbe stata la fine dei vecchi cittadini che erano saliti alle cariche di governo e che formavano la classe dirigente. Quindi la legge era indispensabile. Omega però era una società di criminali, composta cioè esclusivamente da individui che avevano infranto le leggi della Terra, una società in cui un criminale era re, il delitto veniva ammirato e citato ad esempio, una deviazione aveva valore a seconda del successo che procurava.
La legge deve essere contemporaneamente infranta e rispettata. Quelli che non la infrangono non riescono mai a salire di rango: Normalmente, dato che mancano d’iniziativa per sopravvivere, vengono eliminati in una maniera o nell’altra.
Per quelli che infrangono la legge, la situazione è leggermente diversa. La legge punisce con assoluta severità, a meno che essi non riescano ad evitare la pena.

Il giudice tacque per qualche secondo, e quando riprese a parlare la sua voce si era fatta più grave. L’uomo esemplare di Omega è l’individuo che capisce la legge, ne apprezza la necessità, conosce le pene per le infrazioni, vìola le regole…e vince. Questo è il criminale ideale, l’Omegano perfetto.

                                                                                         da Gli Orrori di Omega - Robert Sheckley


I controllori invece, sono proprio figure che non capisco.
Innanzitutto, perché hanno scelto un lavoro così squallido? Pura convenienza personale?
Al di là di questo, le poche volte che mi hanno beccato mi hanno fatto la multa minima, 14 euro lisci lisci che compensano solo in parte il monte di debiti che avrei nei confronti dell’azienda.
Perché non sferrare il colpo da 40? Perché non correggermi una volta per tutte, rieducarmi col duro peso della sanzione?
Forse in realtà giochiamo entrambi lo stesso gioco… solo che non lo sappiamo. A loro in realtà non può interessare più di tanto dell’azienda (perdipiù scozzese)… siamo solo due individui, uno da una parte della barricata e l’altro a contrastarlo, divisi dalle vicissitudini ma cordiali amici in un modo informale fatto di sguardi e di battute.
E’ un po’ la sindrome da Tom e Jerry, Pat Garrett e Billy The Kid, solo che la fase del lieto fine e dell’allegra merenda insieme è posticipata a data da definirsi.

Mi richiamo a questa situazione per definire i rapporti di potere tra controllori e controllati in Cina.
Come in tutti gli autoritarismi, la sorveglianza sulla popolazione non si può definire costante, quanto garantita.
Il potere ha in questo caso acquisito una struttura gerarchica burocraticamente unidirezionale: il cittadino trova di fronte a sé un muro di leggi che gli impedisce di difendere veramente i suoi diritti attraverso canali convenzionali, mentre al contempo gli “intoccabili” trovano vie preferenziali per realizzare tutto ciò che desiderano.
A garantire l’inviolabilità delle mura, il mantenimento di questa divisione in “caste”, vi sono ovviamente le forze militari.
Un sistema a scarsa fiducia come quello propugnato dalle società autoritarie deve delegare il potere ad un’eterna catena di controllati e controllori, un’uniformità di pensiero e di azione dettate dalla disciplina marziale. Entra qui in gioco la rigida subordinazione dettata dal Partito.
Ma allora che differenza c’è tra il buon controllore, la dinamica che si è venuta a creare tra lui e me e il crudele commissario politico?
Il primo è all’interno di un sistema che offre elasticità nell’applicazione delle regole, mentre l’altro è schiacciato da ogni parte da persone che gli impongono di essere implacabile, di dare l’esempio.
Per la sua stessa salvaguardia egli deve seguire alla lettera la disciplina e, per necessità umana, provvedere a rendere il suo lavoro il più sopportabile possibile.
La personalità autoritaria proposta da Adorno è proprio questa, servizievole con i superiori e spietata con gli inferiori; essa stessa in fondo vittima.
In questo sistema di forze non possono che generarsi da entrambe le parti sadismo e odio.
Pare inoltre ovvio che le pressioni attorno al deviante provengono da ogni direzione, dalla società civile stessa.
Ma anche nelle sue forme più blande vivere da dissidente in Cina è soprattutto un fatto di arguzia. Un modo di vivere che uno si sceglie. Come non pagare le corriere.

Per dovere di cronaca riporto un fatto avvenuto sulla tratta Udine-Carnia. Conscio che la domenica, all’altezza delle Onoranze Funebri sale sempre il controllore ho debitamente acquistato un biglietto fino a Tolmezzo alla fermata precedente. Ma quando l’addetto ha cominciato a controllare i titoli di viaggio ho notato che tutti gli anziani non avevano timbrato, facendo finta di niente: “Credevo bastasse comprarlo”. Per ben sette volte il controllore è dovuto tornare indietro fino all’obliteratrice senza proferire parola per vidimare i biglietti degli sbadati.
C’è un’altra fondamentale caratteristica della devianza: è contagiosa!
Se deviare diviene sistematico, allora il sistema è già deviato.


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4 luglio 2008

Viaggio in Cina->Fuori dal Nido

Ogni stagione ha i suoi martiri, le sue vittime innocenti.

In questo periodo capita che un’orecchio attento s’avveda di un pigolare sordo ed insistente, ripetuto allo sfinimento da qualche parte nelle vicinanze.

Osservando bene non si potrà non notare un esserino che ci fissa sconsolato, associando ingenuamente ogni nostro movimento alla presenza della mamma.

Nel particolare oggi, ben due uccellini, in 2 occasioni distinte, sono apparsi sulla mia strada.

Immaginate cosa può significare, paragonandolo al vissuto umano, precipitare da un idilliaco nido pascoliano per ritrovarsi soli, affamati, disperati in una terra che non comprendiamo più, che disconosciamo… una terra che abbiamo conosciuto nella sua brutalità tutta gravitazionale, venirci incontro precipitosamente, come una vecchia zia desiderosa del nostro contatto, una di quelle entità appiccicaticce che non ci consentono di staccarci più e ci fanno vedere tutto il resto come lontano ed irraggiungibile.

Il nostro unico modo per rapportarci al mondo è aprire la bocca e sperare che qualcuno ci nutra e possiamo urlare tutte le nostre paure e timori con un unico verso stentato, ripetitivo.

La totale fiducia concessami fin da subito, non per simpatia particolare immagino, da quell’essere spennacchiato, quel suo spalancare la bocca istintivo mi ha ricordato i bambini che imboccavo all’asilo nido, il loro fissare vacuo da un’altra parte, il masticare svogliato.

Rispetto ad essi, a guardare le reazioni dell’esserino all’inserimento di mosche spezzettate (ahimè, crudele catena alimentare), mi pareva ch’egli preferisse il gesto scenico piuttosto che il risultato annesso, vedi non morire di fame.

In quel momento immaginai di prenderlo sotto la mia ala conducendolo in un luogo in cui il fato e la selezione naturale e sociale non fossero le discriminanti di una vita riuscita. Un luogo in cui trovare tutto l’affetto del mondo, lontano da globalizzazione, crisi energetiche, inflazioni... vivere dimentichi del mondo, immersi nella felicità terrena.

Il nido della famiglia, elevato a castello impenetrabile.

Non è un po’ quello che vorremmo fare tutti con i nostri cari? E così come quando, bambini, creavamo un piccolo annidamento protetto con le coperte, vorremmo fare lo stesso con un abbraccio stretto, irriguardosi del tempo e dello spazio.

Strinsi l’uccellino, immaginando la sua vita senza ali, per sempre frapposto tra le mie calde mani.

 

Mi chiedo cosa possa significare essere figlio unico in Cina. Dover spaziare tra le forti radici della famiglia che ti vogliono ancorato e protetto e le ali richieste dalla società per elevarsi sopra tutti.

Un eterno senso di colpa, tra genitori abbandonati e necessità di protezione.

Saltellare come un equilibrista che sfila la corrente e riposa sotto ai tetti nei giorni di bufera.

Il ragazzo cinese, sul quale la famiglia punta tutto, è una figura davvero umoristica.

Tutto nella sua vita è incentrato su di lui… a seconda dello strato sociale questo si può facilmente notare… il bimbo può far tutto, indicare ciò che gli verrà comprato, o anche defecare in mezzo alla strada. Il bambino è l’elevazione delle speranze… per sempre primogenito, ma purtroppo spesso destinato a seguire strade traverse per riuscire. Se fallirà nella scuola per lui sarà già pronto un posto da militare.

Elevata all’ennesima potenza la competizione non resta spazio per personalismi. Il figlio è unico non in quanto persona, ma in quanto corpo… in quanto proiezione delle nostre ambizioni.

Al contempo diviene il boia della nostra vecchiaia, quando ci lascerà in mezzo ad una strada, noi stessi dimentichi del mondo a smerigliare coltelli, in una notte di file interminabili di lampioni.

Eppure ignaro, quando parla della sua famiglia abbassa gli occhi con rispetto… si rende conto del peso che debbono portare le sue ossa cave, un aquilone che sia dal vento sia dal bimbo eccitato dal giocattolo, viene sballotato qua e là.

E che dire di quando, un sisma nel Sichuan, dilania mille nidi?

Che dire di quando l’urlo, ripetitivo e ormai lontano, di mille uccelli abbandonati risuonerà nelle rovine del giorno?

In quanti lo ignoreranno?


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28 giugno 2008

Viaggio in Cina->Sessualità

E così rieccomi. Ho vissuto un intenso periodo all'asilo nido, che si può riassumere con una bambina di 2 anni che gioca con la mia ciabatta e mi sorride, ma solo perchè quella è stata la summa delle sensazioni positive da me provate, una specie di surrogato di solletico al cervello che mi ha fatto viaggiare lontano con la mente e con il cuore.
Una sensazione così rabbrividente con i disabili del CSRE in cui sto svolgendo tirocinio ora, non l'ho ancora provata.
Potrebbe forse rapportarsi a quello che comunemente definiamo orgasmo, pur non avendone fisiologicamente le caratteristiche. Il mio intento odierno non è quello di mettere in piazza quel brandello di intimità e pudore che ancora oggi perlomeno per pantomina manteniamo, pari ad una foglia di fico che svolazza tra i venti della voluttà e della tentazione.
Piuttosto potrei dire che desidero parlare di un argomento a me ben poco caro e chiaro, con le parole di un analista piuttosto che con quelle di un aficionado. Se fino ad ora ho parlato della vita e del viaggio con amore di conoscitore, ora m'affaccio ad un mondo a me pressoché sconosciuto con gli occhi dello scienziato vuoto d'esperienza ma, per una volta, desideroso di scoprire.

Comincerò riflettendo sul significato di disabilità, ossia pecca di abilità... se è vero che siamo tutti in parte disabili, che significato ha la parola normalità? Che senso ha stabilire che è disabile colui che non è in grado di badare a se stesso quando aumenta il numero di coloro che non riescono a vivere senza badante?

In questi giorni ho accertato alcune mie disabilità, ho riempito molte lacune e ho ripreso in mano il significato di elasticità mentale.
Forse allora si potrebbe dire che disabili sono coloro che non hanno abbastanza elasticità mentale o possibilità per comprendere che devono cambiare per migliorarsi.
Davanti allo scenario di folle disabili che mi si pone in questo momento trovo che l'unica soluzione possibile sia un grande contenimento collettivo, una specie di "Dall'Altra Parte del Cancello" in cui la rieducazione prenda il posto del consumismo.
Mi rendo conto della deriva dittatoriale che prenderebbe il mondo tra le mie mani, se non fossi una persona che preferisce sognare mondi perfetti e riformare quello "reale" pettinando fili d'erba.

Ad ogni modo ho in qualche modo introdotto ammodo gli argomenti di cui moderatamente tratterò.

I "disabili" ronzano come api attorno ad un fiore che la società non gli concede di avere... spesso mi paiono addirittura falene che cercano di abbracciare la fiamma di una candela che risponde dando in escandescenze.
E loro occhieggiano da dietro un sorriso più che genuino, trasformano un contatto nell'occasione per essere felici, il nostro ascolto nella possibilità di farci un complimento.
Il loro impeto, soffocato dagli psicofarmaci, dall'abitudine al rifiuto, un tempo era forse il più intenso di tutti i desideri. Una specie di celebrazione della normalità, di urlo di liberazione. Inascoltato.

Le operatrici hanno ormai fatto il callo alle loro moine stereotipate, al loro tracciare con la mano lungo le gambe o i fianchi, arabeschi di possibili passioni... rispondono con rifiuti altisonanti e stridenti, senza un minimo di pietà, come il frantumarsi di uno specchio di illusioni in mille frammenti accusatori che obbligano a rifissare lo sguardo sulla propria inadeguatezza.

E quando ho intravisto qualche concessione al sogno non era altro che un baloccare innocuo, una specie di copione volontariamente mal recitato da entrambe le parti.

Anse del corpo, come porti di mare in cui riposare l'animo, parevano divenuti freddi angoli di un monotono gioco ad incastri senza più segreti, un passatempo insensato.

Ma in quella coppia sul divano che vede nella placidità di un braccio fermo attorno alla spalla, la più grande delle intimità, in una mano molle sul ginocchio il più profondo dei possessi ritrovo il bacio sulla guancia dei giochi dei miei bambini, il dichiararsi fidanzati e poi arrossire quando a parlarne è il tono ufficiale di un adulto (o meglio di un educatore).

Poi penso alle ragazze che, anche se disabili, si innamorano perdutamente e si immergono in sogni così zuccherosi da lasciare l'amaro in bocca quando finiscono, appoggiate ad un muro a fissare senza pudore l'oggetto delle loro attenzioni, scosse da brividi e da paranoie, alla ricerca di un confidente...
Ancora una volta, dopo tanto tempo, ho ricoperto questo ruolo iniquo, una specie di tramite tra la dura realtà e la loro percezione del mondo che, come quella di tutte le persone innamorate, ne è davvero discosta.

Ogni tanto reputo questa ingiusta repressione o questa ingiustizia repressa, una specie di pentola a pressione, senza valvole di sfogo di alcuna sorta, la rappresentazione vivida della legge del più forte e il CSRE come una specie di patria dei reietti, come quegli animali che nei documentari sulla savana divengono puntini all'orizzonte dopo la sconfitta con il nuovo capobranco.

Immagino che sia lo stesso se per arrivarvi si percorre una cupa strada di tristezza e solitudine oppure si utilizzi il pulmino della Cooperativa.

Oppure, con quelle stesse sensazioni di rabbia, con quelle ferite gocciolanti a disegnare sul manto del tuo orgoglio macchie indelebili, giungere ad un paese lontano in cui il sesso è un'espressione repressa e censurata dell'essere umano.

Come reagire ad un luogo senza cartelloni pubblicitari che risveglino i tuoi ormoni stravolti, in cui la biancheria intima non si può concedere forme piccanti, le studentesse girano tutte impettite e la discoteca è l'unico luogo in cui è possibile esternare i propri istinti?

In Cina non si può baciare nessuno per strada e se si è con qualcun'altro in una stanza in un luogo pubblico bisogna tenere aperta la porta. Quelli della mia età non girano mano nella mano ma si guardano da dormitori diversi, magari quando mettono ad asciugare i vestiti.

Gira la leggenda di qualcuno che è riuscito ad entrare nell'altro dormitorio, si dice sia cugino diretto dell'Uomo Invisibile ed imparentato con Babbo Natale.

I fidanzatini ufficiali non sono visti di buon occhio, a quell'età bisogna pensare a studiare e a trovare un buon lavoro... e la maggiorparte la pensa così, cammina dritto per la sua strada, tanto non avrebbe la possibilità di fare molto altro.

Cosa può significare essere omosessuale a Suzhou? Dover stare dietro ad un tavolino, con un piccolo esercito di bicchieri pieni di superalcolici da offrire ai ragazzini che vorranno avvicinarsi al suo presidio, oppure in mezzo ad una pista a gridare dentro all'orecchio di un altro se "vuole ballare con lui"...

O che dire della ragazzina che si getta tra le braccia di tutti, concentra in una sera le fatiche della settimana e le mescola con la frustrazione, una specie di cocktail esplosivo che ho visto girare a velocità pazzesca sulla pista, lanciandosi infine su Denis per poi farsi strappare via da un ragazzo abbastanza iroso.

E infine le prostitute, poco pretenziose, celano il loro mestiere con una vetrina da parrucchiera (a Praga parevano invece fioraie)... in una realtà simile il loro ruolo è indispensabile. Considerate le condizioni igieniche generali e lo scarso uso dei contraccettivi purtroppo, paiono più a dei pozzi del desiderio, come quelli già descritti in queste pagine. Poverette.

Trovo che il regime cinese, o forse la stessa cultura, abbiano formato una generazione di disabili sessuali, persone represse che non sono in grado di vivere con serenità una componente importante dell'uomo medio.

La rivoluzione sessuale svedese, poi trasmessasi in parte anche nel resto d'Europa e del mondo, ha modificato totalmente i costumi dei ragazzi e delle ragazze (nonché futuri adulti).
E da quella rivoluzione sono nate tante cose, alcune giuste, alcune sbagliate.

Sta di fatto che ogni forma di repressione (formale e non) genera scontento e un sistema giusto deve trovare delle risposte adatte. Per quanto riguarda i disabili avrei giusto un'idea su come organizzare le visite di piacere.











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9 maggio 2008

Viaggio in Cina->Il giardino degli infiniti sentieri o gli infiniti giardini del sentiero

[CAPITOLO 1]
Una grossa fetta del tempo che ho passato nella terra di mezzo, come ho già accennato, è stato dedicato alla visita di Giardini, passione del Sud Est cinese.
Cascate annoiate, foreste di bonsai (contornate cadauna da vasi spartani), statue con grosse fauci spalancate. Il mio animo si trascinava lungo le scalette alla sola ricerca di una pallida solitudine.
E così temporeggiavo, tenendomi distante dalla folla che in pochi giorni mi aveva eletto a suo rappresentante, inquadrando con la fotocamera cornici di rami e invisibili fenici, portatrici della mia salvezza. Fu allora che, risalendo nel silenzio una scala accostata ad un muro mi ritrovai su di un altura. Da quel punto voltandomi potevo osservare le spalle concave di alcuni turisti oriundi dalle vesti sgargianti, intenti in una discussione pressoché inutile al mio occhio distante, distaccato e dittatoriale. Ma ciò che in realtà attraeva la mia attenzione era la parete d'ottusa pietra grigio-scura davanti a me.
M'aspettavo di vedere in essa una continuità, che due sottili lembi di cemento le privavano, rendendola meno simile al mio attuale stereotipo di zona invalicabile.
Compresi con uno sguardo più attento che ciò che avevo a prima occhiata scambiato per due semplice imperfezioni simmetriche erano in realtà due angoli ben definiti e che davanti a me lo sterile muro era già divenuto un ingresso celato all'ignoto.
Feci qualche passo avanti, penetrando in quella fetta di muro centrale, ingannevolmente scambiabile per un nudo limite di muschio abbarbicato.
Svoltai a sinistra, nello stretto sentiero murato, notando con una punta di disappunto che la sua larghezza corrispondeva esattamente a quella delle mie spalle. Se altri me m'avessero potuto accompagnare, avrebbero potuto procedere solo in fila indiana, rendendo la mia comunicazione con loro più simile al silenzio (che poi era ciò che mi aveva condotto fin lì) piuttosto che ad una negoziazione volta a ricavarsi spazio mentale e fisico.
Ciò che appunto percepivo mancasse in quel luogo, capitatomi addosso e oramai assestatosi, era lo spazio. Già da tempo le distese muschiose verticali avevano ceduto il posto ad alberi accondiscendenti, che lasciavano filtrare qua e là sprazzi di confortante vuoto pieno di auspici al di là delle loro folte chiome violacee.
Il luogo cambiò ancora, con la qualità caleidoscopica di ciò che più facilmente dimentichiamo.
Attraversai nuovi vicoli intarsiati di cunicoli che sfociavano in altri ancora più intricati.
Compresi d'essermi perso e più volte ritrovato, di aver girato attorno ad un cerchio imperfetto che rendeva vano il desiderio di tornare al punto di partenza, per re-impossessarsi perlomeno di una certezza.
L'aria umida era divenuta gradualmente secca, stordente, impura. E lo scroscio delle foglie dal colore venoso sotto di me, cominciava a fare da contrappasso allo sciabordio stanco che sentivo lungo tutto il corpo.
Arrampicai scale apparse dal nulla, discesi tra corridoi immersi nelle tenebre, spesso annaspavo cercando tra le rovine dei vicoli ciechi crollati e ancora odorosi di calce fresca, un pezzetto di verità o magari qualcosa da mangiare.
Seppur stanco non provavo il desiderio di fermarmi, la mente affaticata dal fardello mentale della razionalità trascinava fisicamente le gambe che, a loro volta affaticate dal fardello fisico della mente, la sostenevano.

[CAPITOLO 2]

Chiusi il cancello verde e osservai il giardino, i lillà titillati dal vento, la violenza cromatica delle viole, la rosa rosa, i gerani ingerenti all'insensatezza dei Nontiscordardimè (pari solo a quella dei "Ciameremopersempre") posti proprio lungo gli scalini, indifesi e vulnerabili, la clemente Clematis sospingeva grazie al vento una Campanula come ad annunciare lutto mentre il Garofano di un vivo rosso cartapestoso si metteva esso stesso all'occhiello per l'occasione, il Papavero rimproverava con fare paterno dall'alto di un aiuola Begonia e Petunia perchè facessero silenzio.
E il silenzio già c'era, non v'era bisogno di andarlo a cercare, l'alta betulla da cui avevo osservato l'ultima foglia librarsi come una bandiera stinta dal gelo del polo sud, in una delle "diapositive carniche"  di quest'autunno s'era di nuovo ricoperta di un manto verde e simultaneamente fremente, come un pubblico agitato che saluta su di una grossa barca ondeggiata dal vento. A qualche metro da terra potevo notare la doppia asse che per qualche tempo avevo spacciato a me e agli altri come "Casetta sull'Albero D.O.C."
Sotto di me, il primo degli orticelli, apparentemente ordinato e vuoto, ma chiaramente vivo e intricato sotto la superficie di terriccio.
Pensando alla vita lì nascosta che solo il tempo avrebbe rivelato, forse semplicemente nascondendo tutta quella terra polverosa sotto ad un grosso tappeto di prato, o magari abbassando un pochino la Terra, di modo da lasciare intravedere la pianta già matura, cominciai a piangere.
Sapevo bene che il vero motivo del pianto non era la vita del pomodoro russo (la cui crescita non dà adito a dubbi sulla sua innata salute) quanto quella dell'autrice del labirinto di terra, o meglio di tutti i miei labirinti.
Scavai a fondo in queste sensazioni fino ad asportarne la radice colposa e polposa, ancora pulsante come un cuore stanco di nascondersi.
La mia distanza da Lei, il mio Spazio, di nuovo riapparso in tutta la sua pesantezza di orizzonti larghi quanto i sogni, legata al Tempo presente e futuro stavano tutte in quell'immenso arzigogolato giardino. E per colmarla non avrei potuto far altro che continuare a coltivare, a costruire, a sperimentare, a ridisegnare l'opera.

[CAPITOLO 3]
"Percorrendo le vie della grande città Suzhou e i suoi giardini, le sue strade d'avorio mi penetrano negli occhi, trascorrono mansuetamente i pomeriggi con me, mentre procedo nella lunga scrittura del Labirinto. Realizzo che la lunga e faticosa strada che mi ha portato fino a qui non è stata altro che un labirintico percorso verso il Labirinto. Ogni piega che il pennello prende nel disegnare con precisione ogni ideogramma di ogni pagina è una voluta di fumo nella sigaretta di T., è la forma che avrà la sua mano quando accarezzerà il volto di una ragazza, è il passo falso che lo farà precipitare da un dirupo. E ciò che mi appresto a rappresentare è, a onor del vero, l'infinito, inconciliabile, inconsueto mosaico della sua vita, delle sue molteplici vite... anche di quella in cui sarò io la sua pedina... e queste stesse autoreferenziali, incomprensibili parole saranno scritte dalle sue mani, piuttosto che dalle mie..."                                                                                                                       Ts'ui Pen




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24 aprile 2008

Viaggio in Cina->Anziani

La carriera universitaria che ho intrapreso mi ha consentito, qualche tempo fa, di frequentare una casa di riposo e lavorarvi. In questo modo ho potuto carpire qualche segreto in più su quella misteriosa e inesplorata terra che è la vecchiaia. Alla perenne ricerca di qualcosa ho visto ombre di vita trascinarsi da una stanza all'altra, per ore i loro occhi fissavano il vuoto nascosti dalle volute di fumo o si intrattenevano in giochi ai miei occhi futili. Privati della loro casa, della possibilità e quindi della voglia di fare qualcosa di costruttivo gli anziani si ritirano in malinconiche isole di solitudine, in cui volteggiano dall'alto di una poltrona sbiadita, afferrando con le loro mani grassocce un sonno che gli sfugge. In questo ambiente ben poco salubre ho cercato di prestare aiuto ma soprattutto ascolto e mentre mi venivano ripetuti sommessamente desideri proibiti di ritorni a casa, di morte e abbandono mi sono tornati alla mente i giorni della Cina.
Là la società non mette da parte i suoi membri come avviene qui, ma spreme come arance da succo i cittadini fino a non lasciare che un informe maschera di rughe sdentata, abbandonata sulla strada da figli ambiziosi.
Nella scuola in cui eravamo ospiti, un esercito di vecchietti ripuliva umilmente il giardino utilizzando carriole scalcagnate e zappe arrugginite.
Totalmente ignorati dagli studenti svolgevano il loro lavoro senza sosta... tutto il giorno.
Guardando tutto questo, i loro sorrisi al mio passaggio, come quelli di schiavi che sperano di ingraziarsi uno sconosciuto, sentivo che qualcosa strideva... ma il senso di estraniamento era tale che non riuscivo, in quel momento esatto, a provare qualcosa...
Lungo le strade altri di quel popolo di abbandonati, affacendati attorno ad una stuoia, disposti a vendere anche l'anima... oppure



a raccattare le monetine lanciate dai turisti per buon auspicio...
Ho visto con questi occhi il rametto indugiare tra le crepe delle piastrelle... ho visto la mano contorta, gli occhi tristi e mi è parso di vedere un albero nodoso e spaventato, agitarsi per riprendersi le sue foglie ormai irrimediabilmente cadute a causa dell'autunno.
E ancora, negli sguardi dei passanti, nel mio sguardo, non ho visto pietà... ho visto solo un gruppo di ragazzini scattare foto divertiti... ho visto che ero in mezzo a loro...

"Non so se durante il Fuckin' Trip ti avevo parlato della brutta sensazione che mi coglieva quando mi trovavo circondato da turisti fotografanti, scalpitanti, distratti... quello non è visitare un posto è fare foto ricordo... è come se uno vivesse già nel futuro e si immaginasse di mostrare agli amici quelle foto... dimentica di vivere il presente. I turisti elevano tutto questo all'ennesima potenza..."

Così scrivevo tempo fa ad un mio amico e mi chiedo... che cosa si prova nello scattare una foto simile? Leggendo i resoconti di coloro che hanno scattato le foto più famose e shockanti dello scorso secolo, comincio a pormi delle domande a proposito delle foto.
Mi domando se la vita di questa anziana, come quella di tutti gli altri in quel paese oramai distante da me 10000 chilometri, avrà un po' più senso se rimarrà fissata in un'immagine, se diverrà il piccolo simbolo di una piccola lotta, se permetterà a qualcuno di ricordarsi il vecchio adagio del Che:

"
Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare d'indignazione ogni qualvolta si commetta un'ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante."

Chi erano dunque i miei compagni di viaggio? Ed ero io il mio compagno di viaggio?
O troppo perso negli occhi di quella ragazza misteriosa non feci altro che scattare le foto?
Mi chiedo spesso se è vero che un momento come quello a cui stavo assistendo può cambiarti, se lo sguardo di un anziano che supplica ascolto sia solo un attimo o se invece, più probabilmente è un altra mattonella per quella strada verso l'ignoto, una mattonella da cui raccattare, con ligio dovere i più minuti tesori, come i particolari in grado di renderti un'immagine ancora viva nel cuore e nell'anima.




permalink | inviato da PiccoloSatyagraha il 24/4/2008 alle 20:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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